Gilberto Parlotti: faccia da cinema neorealista, mani d’oro e un sogno spezzato al TT
Dall’officina di Trieste alla vetta del Mondiale 125 con la Morbidelli
C’era un’epoca in cui per diventare campioni del mondo non servivano telemetristi, palestre avveniristiche o motorhome a cinque stelle. Servivano le mani sporche d’olio, un orecchio sopraffino capace di sentire il motore prima ancora del contagiri e una passione viscerale, di quelle che si respirano solo tra il fumo dei due tempi e la polvere della ghiaia. Gilberto Parlotti era l’emblema perfetto di quel motociclismo pionieristico e romantico.
A guardarlo sembrava uscito dritto da una pellicola del Neorealismo: sguardo fiero e segnato dalla fatica, tuta vissuta e l'inseparabile sigaretta tra le labbra. Se il suo grande amico Giacomo Agostini incarnava il divo bello e irraggiungibile da copertina patinata, Parlotti era la porta accanto: il meccanico che ti veniva subito voglia di fermare al paddock per farti raccontare come girava il motore.
Nato a Zero Branco nel 1940 e cresciuto a Trieste, Gilberto è vissuto a pane e bielle. Nell'officina di famiglia, insieme a papà Angelo e ai fratelli Gino e Silvano, si riparava di tutto. Ma il talento vero, quello puro, esplode sulle strade: prima stracciando gli avversari col Motom 50, poi vincendo il titolo nazionale di gincana nel 1960 e facendosi le ossa nelle massacranti gare in salita con la Morini 125.
Parlotti sapeva guidare qualsiasi cosa, ma sulle piccole cilindrate era un mago. Negli anni Sessanta lega il suo nome alla Tomos, la casa jugoslava di Capodistria – a soli 22 chilometri da casa sua – autrice di piccoli capolavori ingegneristici: la mitica D9 a nove marce pesava appena 38 chili. Con la Tomos vince titoli italiani e diventa il re incontrastato del velocissimo e insidioso tracciato costiero di Abbazia (Opatija). Proprio lì, nel 1969, scrive una pagina di generosità sportiva memorabile: chiamato dalla Benelli per dare manforte a Kel Carruthers nella decisiva gara delle 250, Gilberto – che su quella pista volava – rispetta gli ordini di scuderia, fa segnare il giro veloce e scorta il compagno sul traguardo, regalandogli il titolo nell'ultima vittoria di un quattro tempi quarto di litro nel motomondiale.
Nel 1970 arriva la svolta della carriera: Giancarlo Morbidelli lo chiama a Pesaro affidandogli lo sviluppo della sua nuova 125 bicilindrica. Parlotti si mette in proprio a Trieste aprendo il suo Racing Store, doma la fragilità iniziale della moto e coglie successi storici a Brno e Monza.
All’alba del 1972, la Morbidelli è diventata un proiettile imbattibile. Parlotti apre la stagione dominando al Nürburgring e a Clermont-Ferrand (dove la Yamaha fa persino reclamo, convinta che quel missile non possa essere un 125 regolare), poi centra il podio a Salisburgo e Imola. È il leader incontrastato della classifica iridata, nettamente davanti a Chas Mortimer e Ángel Nieto. Il sogno di una vita, la corona mondiale, è a un passo.
Manca il Tourist Trophy. Già all'epoca molti piloti storcevano il naso: il Mountain Course era un labirinto di muretti e pali dove ogni minimo errore si pagava con la vita. Nieto decise di non andarci. Ma Gilberto non voleva lasciare nulla al caso: voleva quel titolo. Arrivò sull'Isola con dieci giorni d'anticipo, studiò ogni curva con un'auto a noleggio e con una Ducati 900. La sera prima della gara fece un ultimo giro con Ago, che continuava a ripetergli la legge del TT: "Non conta dove devi aprire il gas, ma dove lo devi chiudere".
Il 9 giugno 1972, però, la primavera lascia spazio a un inferno di pioggia battente, nebbia e asfalto gelato. Parlotti parte fortissimo: dopo un giro ha già 15 secondi di vantaggio. Ma lassù, alla curva della Verandah, tra visibilità azzerata e le scivolose strisce gialle dipinte sul bitume bagnato, la moto parte via come su una saponetta. L'impatto ad altissima velocità contro un ostacolo non gli lascia scampo, strappandolo alla vita a soli 31 anni.
La gara, come crudele usanza del tempo, proseguì. Agostini vinse la gara della 500 qualche ora dopo con il cuore a pezzi, ma subito dopo disse basta per sempre al Mountain, guidando la rivolta dei piloti che, nel giro di pochi anni, portò la Federazione a togliere la validità iridata al TT.
Oggi, a distanza di decenni, il ricordo di Gilberto Parlotti vola ancora altissimo, proprio come quel falco pellegrino del Carso disegnato sul suo casco. Un simbolo indimenticato di passione, modestia e coraggio d'altri tempi.